Ieri 31 Gennaio si è spento, all’età di 95 anni, Stewart Adams. Chi era, vi chiederete. Era un farmacista, ma non uno qualunque. Era una di quelle persone che nel corso della loro vita creano qualcosa che cambia un po’ la storia. È il padre dell’ibuprofene.

Nato nel 1923 nel Northamptonshire lasciò la scuola ad appena 16 anni, iniziando un apprendistato in una farmacia locale. Nel 1945 ottenne la laurea in farmacia presso l’Università di Nottingham e nel 1952 il dottorato di ricerca in Farmacologia presso l’Università di Leeds.

La scoperta dell’ibuprofene

Già nel 1953 si dedicò, presso i laboratori di un’importante azienda farmaceutica, la Boots, alla ricerca di farmaci anti infiammatori non steroidei (FANS) per il trattamento dell’artrite reumatoide (AR). All’epoca, infatti, l’AR poteva essere trattata solo con steroidi, che avevano effetti collaterali non trascurabili.

Insieme al chimico John Nicholson, nel Dicembre 1961, riuscì ad identificare delle molecole interessanti. Ben cinque trials furono avviati; i primi quattro fallirono, ma il quinto si rivelò efficace. Era l’ibuprofene.

A cosa serve l’ibuprofene

Oggi è difficile, quasi impossibile, trovare qualcuno che non abbia mai fatto uso di questo medicinale. Le sue attività analgesiche, antinfiammatorie e antipiretiche lo rendono, infatti, molto usato e spesso abusato.

L’azione farmacologica è data dall’inibizione della produzione di prostaglandine, dei derivati degli acidi grassi, che hanno un ruolo importante in molti processi infiammatori.

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Per raggiungere l’obiettivo, il farmaco va a bloccare una specifica classe di enzimi, le ciclo-ossigenasi (COX-1 e COX-2) che dall’acido arachidonico, un composto a 20 atomi di carbonio, produce alcune classi di prostaglandine. Questi due enzimi hanno distribuzione differente. Mentre il primo è espresso da tutte le cellule dell’organismo, il secondo rappresenta un’isoforma inducibile, attivata unicamente in condizioni di danno cellulare.

Sebbene al giorno d’oggi esistano dei FANS selettivi per COX-2, sono ancora in uso farmaci che vanno a bloccare l’intera classe enzimatica.

Queste prostaglandine, durante l’infiammazione, hanno la capacità di agire da vasodilatatori, causare edema, ed abbassare la soglia del dolore attraferso una sensibilizzazione delle terminazioni nervose nocicettive, oltre ad alzare la temperatura corporea.

L’ibuprofene è spesso abusato

La grande versatilità di questo farmaco nel trattamento di numerosi disturbi, dalla semplice cefalea alle malattie reumatiche, comporta spesso un abuso.

Questo va certamente evitato, poiché come tutti i farmaci non è esente da controindicazioni. Sebbene quando preso al bisogno il rischio di complicanze sia molto basso, per terapie sistematiche o di lunga durata è necessario il parere medico, così come per evitare interazioni con altri farmaci.

Bisogna ricordare che dosi eccessive di ibuprofene possono portare a ulcerazioni del tratto gastro intestinale per l’eccessiva inibizione della COX-1 che ha anche un ruolo protettivo verso la mucosa gastrica, ma non solo. Gli effetti indesiderati, infatti, possono riguardare il sistema cardiovascolare, i reni, il fegato, il sistema nervoso.

Insomma l’ibuprofene è sicuramente un farmaco che ha cambiato, in meglio, la vita di tutti noi ma come per tutti i farmaci bisogna ricordare di farne un uso attento e consapevole.

 

Fonti ed approfondimenti: 

Cell.com: An interview with Stewart Adams
Agenzia del farmaco: Ibuprofene