Nel 1835 il macchinista teatrale italiano Antonio Meucci emigrò a Cuba dove, per arrotondare lo stipendio, si dedicò all’elettroterapia, una pratica all’epoca molto in voga.

Fu proprio quell’hobby un po’inconsueto, curare pazienti che gli erano inviati dai medici locali con leggere scariche elettriche, a portarlo in modo del tutto accidentale ad una intuizione che avrebbe rivoluzionato letteralmente il nostro modo di comunicare.

Un giorno dell’autunno del 1849, infatti, si presentò un suo amico, malato di reumatismi alla testa. Meucci infilò un cavo elettrico nella bocca del malcapitato, e per prudenza, un altro cavo nella propria, in modo da poter regolare la corrente ed evitare pericolosi eccessi.

Quindi, si allontanò in un’altra stanza (era meglio che la cavia umana restasse isolata in una stanza separata e non scorgesse i macchinari inquietanti). A quanto pare le precauzioni prese non furono sufficienti perché non appena inserì nel circuito una batteria di pile con una tensione di 114 V, a causa dell’eccessiva corrente utilizzata, il paziente lanciò un urlo di dolore per la scossa subita.

La cosa sorprendente era che Meucci sentì il grido molto distintamente, sembrava che provenisse direttamente dalla sua bocca e non attraverso l’aria (era due stanze più in là rispetto al letto del malato!).

Si trattava della prima trasmissione della parola per via elettrica: la bocca del paziente fece da microfono e quella di Meucci da altoparlante. Partendo dalle scariche elettriche, Meucci arrivò ad inventare il… telefono.