La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza, che colpisce circa 5,4 milioni di abitanti solo negli Stati Uniti. I classici sintomi clinici della malattia, tra cui la progressiva perdita di memoria e i cambiamenti comportamentali, sono evidenti solo dopo che si è verificata una perdita neuronale massiva e irreversibile.

L’ Alzheimer preclinico è un periodo recentemente riconosciuto in cui i cambiamenti patofisiologici chiave sono in corso all’interno del cervello, ma i sintomi non sono ancora diventati evidenti. Può essere diagnosticato grazie a dei biomarcatori che misurano all’interno del sistema nervoso centrale il carico di amiloide (ovvero una sostanza la cui comparsa è connessa al processo di disgregazione delle proteine cellulari).

La ricerca riesce a far un altro passo avanti nella diagnosi grazie a un nuovo studio della Washington University School of Medicine a St. Louis: una luce che illumina l’occhio potrebbe permettere di cogliere nella retina una “spia” della presenza di Alzheimer, quando ancora i sintomi clinici della malattia non sono comparsi.

La ricerca

Esaminando 30 pazienti di età media di 70 anni, con una tecnologia simile a quella che si trova in molti studi oculistici chiamata “tomografia a coerenza ottica-angiografia”, i ricercatori sono riusciti a rilevare segnali che suggerivano l’Alzheimer in anziani asintomatici sottoposti alla tecnica.

Al test più comune spesso disponibile negli studi degli oftalmologi, i ricercatori hanno aggiunto un elemento: l’angiografia, che consente ai medici di distinguere i globuli rossi da altri tessuti nella retina migliorando l’analisi.

I pazienti analizzati sono coinvolti nel “Memory and Aging Project”, metà dei quali da scansione Pet o esame del liquido cerebrospinale risultavano avere elevati livelli di proteina amiloide.

Confronto tra un cervello sano (a sinistra) e un cervello di una persona affetta da Malattia di Alzheimer (a destra)

Proprio in questi ultimi gli scienziati sono stati in grado di rilevare un assottigliamento significativo nel centro della retina. Tutti noi abbiamo una piccola area priva di vasi sanguigni al centro delle nostre retine, che è responsabile della nostra visione più precisa, ed esattamente questa zona è risultata essere significativamente allargata nelle persone con malattia di Alzheimer in fase preclinica.

“Questa nuova tecnica potrebbe diventare uno strumento di screening che aiuta a stabilire chi dovrebbe sottoporsi a esami più costosi e invasivi per diagnosticare la malattia prima della comparsa dei primi segni clinici” spiega il primo autore dello studio, Bliss Elisabeth O’Bryhim “La nostra speranza è di usarla per individuare chi sta accumulando proteine anomale nel cervello che potrebbero portare a sviluppare l’Alzheimer”. 

Presenza della proteina proteina amiloide nelle persone malate di Alzheimer e quelle sane
Ph:.medimagazine.it

Difatti, il danno cerebrale provocato dalla malattia che ruba i ricordi può cominciare diversi anni prima che compaiano sintomi. Alcuni scienziati stimano che le placche correlate alla patologia possano accumularsi nel cervello anche due decenni prima dell’inizio dei sintomi. Per questo è scattata la ricerca di un modo per intercettare segnali di questo processo in corso in modo da anticipare il più possibile la diagnosi.

Gli esperti però precisano che sono necessari ulteriori studi su altri pazienti per replicare i risultati, ma se venisse confermato che le modifiche rilevate con questo test oculare possono essere utilizzate come marker per il rischio di Alzheimer, potrebbe essere possibile un giorno esaminare persone giovani di 40-50 anni,valutare se sono instradate verso la malattia ed iniziare prima i trattamenti, in modo tale da ritardare ulteriori danni.