fbpx

Home » Lago Natron: il mistero degli animali pietrificati

Lago Natron: il mistero degli animali pietrificati

Nella Rift Valley africana, in Tanzania, c’è il lago Natron. Per chi non lo conosce è un lago come un altro; in realtà nasconde un segreto. Gli incauti rischiano una morte orribile, persone o animali che siano…

Categorie Curiosità e Consigli
Vuoi leggere tutti gli articoli del network (oltre 10.000) senza pubblicità?
ABBONATI A 0,96€/SETTIMANA

Il lago Natron nasconde un segreto affascinante quanto pericoloso. Si trova nel nord della Tanzania al confine con il Kenya, all’interno della Rift Valley africana. Nick Brandt è un famosissimo fotografo che lavora esclusivamente in Africa. La sua missione è quella di immortalare i paesaggi e gli esseri viventi che li abitano prima che vengano spazzati via dalla scorretta condotta umana. Nick Brandt ha mostrato al mondo gli animali pietrificati che ha trovato nei pressi del lago Natron: le sue eccezionali foto sono diventate rapidamente virali.

Il lago Natron nasconde un segreto affascinante quanto pericoloso.
Animali di pietra nel Lago Natron (Photo: Nick Brent)

Le caratteristiche del lago Natron

Per osservare da vicino il lago Natron occorre addentrarsi nella Rift situata in Africa e raggiunta la città Arusha percorrere poi 113 km in direzione nord-ovest. Lungo 56 km e largo 24 km, è una meta molto apprezzata dai fenicotteri per la temperatura piuttosto elevata dell’acqua che raggiunge i 60 °C. Alla vista, il lago Natron appare rosso scuro con strisce bianche, aspetto dovuto all’accumulo di sodio. L’acqua è infatti ricca di carbonato di sodio e magnesite.

Poco distante dal lago, il paleontologo keniano Kamoya Kimeu ha scoperto la mandibola di Peninj (anche nota come “mandibola di Natron”). Il fossile è una mascella di ominide Australopithecus boisei quasi del tutto conservata. Il ritrovamento è straordinario perché la dentatura dell’individuo adulto è pervenuta intatta e completa.

Il mistero degli animali pietrificati nel lago Natron

Nick Brandt ha immortalato uccelli, rane e pipistrelli pietrificati. Il fotografo racconta di aver trovato gli animali in diverse posizioni sulle sponde del lago; in comune avevano “il modo orribile di morire” che li ha “congelati nel tempo”.

“Ho recuperato queste creature così come le ho trovate sulla battigia e le ho messe in posizioni “vive”, riportandole alla “vita”: un ritratto di un animale nuovamente “vivo” nella morte.

Il processo di pietrificazione è dovuto alla natura del luogo

Il lago prende il nome dal carbonato decaidrato di sodio, noto anche come “natron”, parola con origini antichissime, risalenti all’Antico Egitto. Abbiamo già descritto il colore del lago; aggiungiamo che quelle tinte possono riscontrarsi anche altrove. Il colore rosso è dovuto alla folta presenza di particolari microrganismi; le striature bianche invece sono il risultato dell’accumulo di sodio.

L’acqua è molto calda e soprattutto ha un pH alto, compreso tra 9 e 10.5. La natura alcalina rende l’acqua nociva a quasi tutte le forme di vita essendo fortemente caustica. È plausibile quindi che gli animali ritrovati siano in qualche modo venuti a contatto con l’acqua e che abbia poi seguito il processo di “pietrificazione”.

Volgendo ancora lo sguardo all’Antico Egitto ricordiamo che il natron trovava impiego nei processi di imbalsamazione per la sua caratteristica di prosciugare l’acqua. La ricercatrice Sofie Schiødt dell’Università di Copenaghen ci rivela che durante l’imbalsamazione, il corpo del defunto subiva trattamenti con sali di natron sia all’interno che all’esterno. Il natron è il vero responsabile della “pietrificazione” perché impedisce ai corpi di decomporsi. La spiegazione scientifica sicuramente non sminuisce il fenomeno degli animali-statue. Il pianeta è pieno di meraviglie come questa e molte ancora sono da svelare.

Non perdere gli altri articoli ScienceCuE!

Il geologo Griffith Taylor nel 1911 osserva per la prima volta “cascate di sangue” presso il lago ghiacciato Bonney, in Antartide. Recentemente un team di scienziati della University of Alaska Fairbanks e del Colorado College ne ha svelato il mistero.

Il kulning è un antico canto svedese che risale al periodo medioevale. Non si tratta però di una semplice canzone: colei che canta supera con la voce i 120 decibel e può essere udita in un raggio di 5 km di distanza. Aveva più funzioni, difatti era adoperato per richiamare le mandrie, spaventare animali feroci o avvertire i vicini di possibili minacce e pericoli.

FONTI VERIFICATE