La diffusione del cancro della tiroide ha subito, nel corso degli ultimi venticinque anni un incredibile aumento. In Italia nel 2017 ci sono stati ben 15 mila nuovi casi, con un +75% tra le donne ed un +90% tra gli uomini tra il 1998 e il 2012. Una vera epidemia di carcinomi tiroidei sembrerebbe aver colpito il nostro Paese e non solo. Nonostante ciò non si tratta di un tumore molto diffuso, tanto che rappresenta circa l’1-2% di tutti i tumori (AIRC).

Il progresso in campo diagnostico sta rendendo sempre più difficile l’identificazione di forme patologiche potenzialmente pericolose. La tiroide, infatti, è un organo molto variabile nella sua struttura e morfologia e non di rado viene rimossa più per sicurezza che per necessità.

Uno studio italiano

Lo studio epidemiologico che ha evidenziato questi risultati è stato coordinato dal Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, in collaborazione con l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione e l’Associazione Italiana dei Registri Tumori (AIRTUM), grazie anche al contributo economico dell’AIRC e del Ministero della Salute. I ricercatori hanno messo in luce come la gran parte dei tumori tiroidei diagnosticati potrebbero essere tranquillamente ignorati, senza che vengano a dare una qualsiasi forma di problema.

QUando operare e quando no? Ecco il grosso dilemma che si pone osservando una tiroide
Ph: chirurgia-endocrina.it

Il punto è: quando aspettare e quando no? Una domanda che i medici ormai si pongono sempre più spesso e alla quale non è facile trovare una risposta.

C’è da premettere che, nella gran parte dei casi, questi tumori della tiroide vengono identificati casualmente, spesso durante esami volti ad indagare tutt’altro. In questi casi, per non correre il rischio che la situazione possa degenerare, si ricorre alla chirurgia per rimuovere un lobo ghiandolare o la tiroide intera. Ma è davvero necessario? Stando ai risultati del CRO di Aviano la risposta è “decisamente no”.

“L’aumento significativo di sovradiagnosi e sovratrattamenti per i tumori della tiroide rappresenta una preoccupazione per i sistemi sanitari, in Italia come in molti Paesi ad alto reddito”.

Questo il commento di Salvatore Vaccarella, epidemiologo all’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione, riportate sul comunicato ufficiale del CRO.

Le implicazioni della sovradiagnosi

Una sempre più frequente identificazione di masse neoplastiche potenzialmente maligne porta in primis un dispendio economico molto importante. Il sistema sanitario nazionale si trova a dover far fronte ad una quantità enorme di interventi essenzialmente inutili, eseguiti al solo scopo precauzionale.

Inoltre per quel 70% di pazienti sottoposti a tireodectomia che non avrebbero mai manifestato alcun sintomo, la qualità di vita è senza dubbio peggiorata. Spesso e volentieri queste persone divengono dipendenti dall’assunzione di farmaci contenti ormoni tiroidei per il resto della loro vita, senza considerare poi le complicanze rare seppur possibili dell’intervento in sé.

Questi dati comportano la necessità di una attenta riflessione per quanto riguarda lo screening di neoplasie tiroidee in chi non manifesta alcun sintomo di malattia. Ciò comporterebbe, infatti, un ulteriore incremento delle diagnosi di situazioni border line per le quali potrebbe essere scelta, senza una reale motivazione, la strada chirurgica.