Biologia

Oceani e inquinamento acustico, la piaga invisibile del mare

Articolo a cura di Luca Carrarini

Cosa vi viene in mente pensando all’inquinamento marino? Le prime immagini che saltano alla mente sono grandi quantità di plastica in mare oppure acque sporche e contaminate. Questo è quello che è visibile ai nostri occhi ma esiste un tipo di inquinamento che è invisibile ed è quello acustico.

Il suono per i mammiferi marini

Molti mammiferi marini, come orche e belughe, vivendo in un habitat subacqueo che ha favorevoli caratteristiche acustiche e dove la visibilità è limitata, hanno sviluppato un udito che permette loro di utilizzare l’eco-localizzazione per studiare l’habitat circostante, cercare cibo in profondità, orientarsi, rilevare fori nel ghiaccio per poter emergere e respirare e per rilevare i predatori. Questa tecnica è chiamata anche biosonar poiché funziona proprio come un sonar: l’animale emette un suono e riesce a stimare l’ambiente circostante in base agli echi di ritorno. Dunque, per questi mammiferi, l’udito è il corrispettivo umano della vista. Un altro importante aspetto da valutare è quello della comunicazione. Infatti, i mammiferi sottomarini sono in grado di comunicare anche a 10 chilometri di distanza. Vista l’importanza del suono, capiamo come l’inquinamento acustico possa avere un impatto devastante nei confronti di questi animali.

L’orca assassina è uno dei mammiferi dotati di biosonar

Sorgenti di rumore

L’ambiente sottomarino è normalmente abbastanza rumoroso per via dei diversi suoni che ogni animale produce, per la rottura del ghiaccio, per il vento, le onde e questi suoni sono nel range dei 50-100 decibel (in questo range troviamo rumori come una conversazione animata, il traffico stradale e un martello pneumatico). Negli ultimi anni, a questo rumore naturale, si sono aggiunti tutti i rumori prodotti da navi rompighiaccio, sondaggi sismici e trivelle per l’estrazione di petrolio. Si è stimato che la navigazione umana abbia aggiunto 3 decibel di rumore all’oceano ogni dieci anni. Potrebbe sembrare poco, ma bisogna tener conto che i decibel sono un’unità di misura logaritmica, dunque, un aumento di 3 decibel, significa praticamente raddoppiare l’intensità del rumore.

Impatto dei rumori sugli animali

Dato che i mammiferi sottomarini utilizzano il suono per orientarsi, negli ultimi anni sono aumentati incredibilmente i casi di balene spiaggiate. Inoltre, un rumore forte può addirittura causare danni fisici ai pesci come l’esplosione della vescica, danni all’apparato uditivo oppure falciare un banco di zooplancton che è alla base della catena alimentare. Oltre ai danni causati, bisogna anche considerare gli effetti a lungo termine che l’inquinamento acustico ha sugli animali. Tutti i suoni introdotti dall’attività umana tendono a coprire i suoni usati dagli animali. Le balene, ad esempio, hanno cambiato il proprio tono in modo da poter comunicare superando il rumore sottomarino (proprio come accade quando due persone parlano in una stanza molto rumorosa). Alcuni pesci invece, talmente infastiditi dai rumori, tendono a cambiare le proprie abitudini e controllano continuamente i propri confini invece di badare ai piccoli e cercare cibo, come se fossero sempre in allerta. Alcune specie sono state addirittura messe in pericolo di estinzione perché i rumori troppo forti hanno compromesso la loro riproduzione. Nell’Artico è stato visto come alcuni gruppi di animali abbiano cambiato le proprie rotte di migrazione per evitare fonti di rumore come navi spacca-ghiaccio o trivelle.

Il cambiamento climatico e l’inquinamento acustico

Anche il cambiamento climatico ha un grande impatto nei confronti del panorama acustico sottomarino. L’Artico, per esempio, è stato reso più facilmente navigabile dallo scioglimento dei ghiacciai e questo ha dato il via all’esplorazione turistica e le numerose navi producono sibili molto fastidiosi per gli animali che popolano quelle acque. Un altro fenomeno attribuibile ai cambiamenti climatici e al rumore introdotto dall’uomo è quello delle trappole di ghiaccio in zone dove non si erano mai viste prima. Nello specifico, la trappola di ghiaccio è un fenomeno naturale che si verifica quando soffiano forti venti e l’acqua si ghiaccia. Il problema è che se questo fenomeno avviene in luoghi inaspettati, gli animali non possono riemergere per respirare. È accaduto che più di mille belughe siano morte in una trappola di ghiaccio cercando invano di respirare.

Il muso di un esemplare di Beluga

Alcune soluzioni al problema

Il Governo canadese ha chiesto alle barche in transito in alcune zone sensibili di ridurre la propria velocità, in modo che animali in via di estinzione potessero procacciarsi cibo e riprodursi senza problemi. È stato anche proposto di limitare l’accesso delle barche in zone densamente popolate nei momenti cruciali dell’accoppiamento degli animali o delle migrazioni. Dal punto di vista ingegneristico invece, si sta cercando di costruire barche sempre più silenziose in modo da evitare di introdurre nel panorama acustico sottomarino sempre più rumore.

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Redazione