Dopo non più di qualche mese torniamo a parlare di Papilloma virus (HPV) e di cancro al collo dell’utero. Nel precedente articolo vi avevamo presentato il test anti HPV; e se oggi avessimo qualcosa di ancora migliore? Proprio questo è il parere di alcuni ricercatori della Queen Mary University of London guidati dal Prof. Attila Lorincz.

Il nuovo studio, pubblicato lo scorso Novembre sull’ International Journal of Cancer, pone l’attenzione su alcune modifiche epigenetiche che sarebbero altamente predittive di trasformazione neoplastica indotta dall’HPV.

Il contesto e i limiti dei test in uso

Dobbiamo partire da un dato positivo: già oggi la possibilità di morire di cancro al collo dell’utero è estremamente bassa: si tratta di circa un caso su mille. Questo perché le armi a nostra disposizione sono già abbastanza affilate per identificare le neoplasie nei loro stadi precoci.

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La grande attenzione che è stata posta sulla prevenzione di questo tipo di cancro ha fatto sì che il numero delle morti diminuisse drasticamente nel corso degli anni. L’odierno test anti HPV ha una sensibilità molto alta per identificare le donne infettate dall’HPV (>95%). Si potrebbe dire: “Allora qual è il problema? Già adesso siamo sufficientemente tranquilli”. Questo, però, non è proprio vero. Certo, se il test anti HPV risulta negativo non si pone nessun problema. E se invece questo risultasse positivo?

La stragrande maggioranza delle donne infette da HPV non svilupperanno mai alcuna neoplasia, nemmeno se colpite da uno dei ceppi più pericolosi (HPV 16, 18, 31, 33).

Comunque a seguito di un referto positivo per uno di questi virus è necessario approfondire e quindi procedere con un pap test ed eventualmente con una colposcopia. Anche qui, tuttavia, non mancano delle considerazioni. Molte donne alle quali viene diagnosticato un CIN di grado 2 (CIN = Cervical Intraepithelial Neoplasia; scala da 1 a 3) potrebbero non aver alcuna necessità di trattamento dal momento che questa condizione, in molti casi, regredisce spontaneamente.

La nuova arma contro l’HPV

Questo nuovo studio offre un approccio totalmente diverso al problema. Non si cercano più mutazioni nel DNA delle cellule, ma si pone l’attenzione sull’epigenetica, ovvero quei cambiamenti che regolano l’espressione genica senza modificare la sequenza di DNA.

Contrariamente a quanto dicono molti ricercatori, stiamo trovando sempre più evidenze che siano fenomeni epigenetici, e non mutazioni del DNA, a portare allo sviluppo delle neoplasie precoci in diversi organi tra cui il collo dell’utero, l’ano, l’orofaringe, il colon e la prostata.
                                                                                                                                (Prof. Lorincz)

Il nuovo metodo di indagine si basa sulla ricerca di una specifica metilazione del DNA, sul promotore di un gene oncosoppressore.

Al contrario del Pap test che è in grado di evidenziare solo il 50% degli stadi precancerosi e del test anti HPV che ha un numero eccessivo di risultati falsi positivi, il nuovo esame è risultato in grado di individuare correttamente quasi il 100% delle neoplasie del collo dell’utero.

Come è stato condotto lo studio

Questo lavoro, finanziato dal Candian Institute for Health Research e dal Cancer Research UK, è stato incluso nella ricerca chiamata HPV FOr CerviCAL Cancer Screening (HPV FOCAL), uno studio di popolazione Canadese controllato e randomizzato (RCT).

Dal campione iniziale di 15744 soggetti è stato estratto un campione più piccolo (257 donne HPV positive) che fosse rappresentativo del primo.

Ph. epicentro.iss.it

Queste 257 donne, di età compresa tra i 25 e i 65 anni, sono state divise in tre gruppi:

Gruppo 1: 104 donne HPV+ con anomalie citologiche (54 CIN2/3; 50 <CIN2)
Gruppo 2: 103 donne HPV+ senza alterazioni citologiche ma con persistenza di HPV dopo 12 mesi (53 CIN 2/3; 50 <CIN2)
Gruppo 3: 50 donne HPV+ con scomparsa di HPV dopo 12 mesi (per definizione tutte <CIN2)

In ciascun gruppo i risultati di sensibilità, specificità e valore predittivo positivo hanno evidenziato una più alta affidabilità del nuovo test epigenetico.

Questo è stato in grado di evidenziare correttamente il 93% delle lesioni precancerose, paragonato all’86% raggiunto dalla combinazione di test anti HPV e Pap test e al 61% ottenuto dal singolo Pap test.

Le implicazioni del nuovo test

Secondo i ricercatori londinesi l’ingresso del nuovo test nella pratica clinica avrebbe diverse implicazioni positive: prima tra tutte sarebbe in grado di rivelare sin dall’inizio le donne realmente a rischio di sviluppare un carcinoma del collo uterino e quindi ridurrebbe il numero di visite, sfoltendo le liste di attesa. In secondo luogo si potrebbe avere un netto risparmio economico, per il minor numero di esami richiesto e per il minor costo del singolo esame.

Secondo il Prof. Lorincz e colleghi saranno necessari almeno cinque anni perché questa nuova indagine sia disponibile su larga scala negli ospedali inglesi e, a parer nostro, ci vorrà qualche anno in più perché possa cominciare a vedersi in Italia.

 

Fonti ed approfondimenti

[1] Evaluation of a validated methylation triage signature for human papillomavirus positive women in the HPV FOCAL Cancer Screening Trial – full PDF
[2] Queen Mary University of London News