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Coronavirus, ci si può ammalare più di una volta?

Categorie Covid-19 · Medicina
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Una guida turistica giapponese è risultata positiva per la seconda volta al coronavirus.

La donna, una 40enne di Osaka, era stata trovata positiva al SARS-Cov-2 il 29 gennaio scorso. Dimessa il 1° febbraio, era stata sottoposta ad un ulteriore test il 6, con esito negativo. Nella giornata di ieri è risultata nuovamente positiva.

Primo caso di recidiva da coronavirus

Una prima ipotesi di possibili ricadute era stata annunciata alla fine del mese scorso dal dott. Zhan Qingyuan del China-Japan Friendship Hospital. Secondo quanto dichiarato dal medico, infatti, “per quei pazienti che sono stati curati, c’è una probabilità di una ricaduta“.

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La mappa realizzata dalla Johns Hopkins University che monitora diffusione e casi di coronavirus nel mondo (crediti: Johns Hopkins University)

Ad oggi, la dimissione di un paziente avviene dopo aver accertato la scomparsa dei sintomi ed aver ottenuto risultati negativi dai test per almeno due volte a distanza di 24 ore.

Ciononostante, a seguito di questo, non si può dare per certo lo sviluppo di un’immunità permanente verso l’agente patogeno e quindi l’impossibilità di ammalarsi nuovamente.

Una ricaduta, infatti, si potrebbe verificare “nel caso in cui la memoria immunologica sia di breve durata; questo avviene ad esempio per gli herpes virus, che si integrano nell’ospite e possono riattivarsi quando l’ospite perde competenza immunologica, per esempio a causa di terapia o malattie immunosoppressive e per l’età che avanza.

Si pensi alla varicella, che può venire da bambini e poi manifestarsi nuovamente più avanti con l’età. È lo stesso virus che si è riattivato nell’organismo, non era mai andato via“, spiega al Messaggero Marcello Tavio, direttore medico dell’unità di Malattie Infettive degli Ospedali Riuniti di Ancona.

Sul caso della signora giapponese è intervenuto anche Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive, che al Corriere Salute ha dichiarato: “Possiamo parlare di ricaduta: sono passate poche settimane dal primo episodio, quindi la donna probabilmente aveva il virus ancora in corpo, in misura non sufficiente a risultare dal tampone e dopo qualche settimana la malattia si è ripresentata. Si tratta di una ricaduta: è un evento frequente in infezioni di questo tipo“.

La possibilità di mutazioni

Una delle cose che ancora non si conosce è se il virus potrà essere soggetto a mutazioni. Se così fosse e se i casi di ricaduta dovessero essere numerosi, si allungherebbero i tempi di sviluppo di un vaccino, in quanto dovranno essere inseriti nel siero ceppi virali differenti.

Per comprendere meglio il ruolo giocato dalle mutazioni basti pensare all’influenza. I virus influenzali, infatti, tendono fortemente a variare, caratteristica che permette loro di “aggirare la barriera costituita dalla immunità presente nella popolazione che in passato ha subito l’infezione influenzale“, si legge su Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica dell’ISS.

Un’eventuale mutazione del nuovo coronavirus potrebbe dunque garantire all’agente patogeno di “sfuggire” al controllo del sistema immunitario.

In conclusione, secondo quanto riporta il Corriere della Sera nella sezione Salute, i possibili scenari futuri potrebbero essere tre: “il contenimento ha successo (come con la Sars); l’epidemia si estingue dopo aver contagiato il maggior numero possibile di persone (come per Zika); il virus perde di intensità e resta endemico come altri che continuano a circolare (come l’influenza)“.

Crediti foto in evidenza: EPA/WU HONG

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