Se si pensa allo sbarco sulla luna, avvenuto esattamente 50 anni fa, quasi mai salta fuori il nome di Michael Collins. D’altronde, l’associazione è ricorrente: Armstrong e Aldrin furono i primi a mettere piede sulla luna. Collins infatti fu l’unico dei tre a non poter provare il brivido della discesa sul satellite. Il suo compito, forse, era ancora più importante: doveva assicurarsi che gli altri due tornassero sani e salvi a casa.

Un astronauta italo-americano

Collins nasce in Via Tevere a Roma il 31 ottobre 1930, da padre militare presso l’ambasciata statunitense nella capitale italiana. Dopo un’infanzia passata trasferendosi da una città all’altra, si forma all’accademia militare di West Point. Nel 1963 la NASA lo arruola come astronauta e nel 1966 compie il suo primo viaggio nello spazio sul Gemini 10, stabilendo il record di altezza raggiunta rispetto alla superficie terrestre. Collins in breve tempo diviene l’uomo più esperto nel pilotaggio e nella gestione del CSM (Command and Service Modulus), ovvero il modulo principale che consentiva di eseguire tutte le manovre necessarie per compiere il viaggio sulla luna.

Il modulo di comando pilotato da Michael Collins
Apollo 11 Command and Service Modulus
Credits: https://en.wikipedia.org

L’isolamento sul lato oscuro della luna

Collins non toccò mai la superficie lunare. Per tutte le 21 ore in cui Armstrong e Aldrin rimasero sulla luna per compiere la loro missione, l’astronauta italo-americano li osservò da lontano, compiendo numerosi giri intorno al satellite terrestre (uno ogni 47 minuti circa). Ciò significa che egli si trovò più volte a passare sul lato oscuro della luna, senza possibilità di comunicazione col Controllo Missione NASA sulla Terra, né con gli altri due astronauti. Michael Collins rappresenta un unicum nella storia dell’umanità: è stato per alcune ore l’uomo più solo di sempre. E avrebbe potuto essere ancora più solo, qualora non fosse riuscito a ricollegare il modulo lunare nel quale alloggiavano i suoi due compagni.

La bellezza e le emozioni

Michael Collins non ha mai amato i riflettori ed è stato sempre un uomo umile e modesto. Intervistato dalla BBC sulla sua condizione di estrema solitudine e isolamento dal genere umano, la sua risposta, alzando le spalle, è stata: “E quindi?”.

Storica foto della Terra dal suolo lunare
Foto del Pianeta Terra visto dal suolo lunare
Credits: NASA

Ma c’è un momento preciso in cui Collins abbandona per un attimo la concentrazione di carattere tecnico-scientifico della missione. Ed è quando ammira da lontano il nostro pianeta, una sfera blu nell’infinito nero dell’universo. Oggi Collins ha 89 anni e ricorda ancora in maniera molto nitida lo spettacolo che si trovò a contemplare:

Quando ho guardato la Terra da così lontano, così piccola da poterla coprire con la punta di un dito, luminosa, azzurra per l’oceano, bianca per le nubi, in mezzo a tutto il nero dell’universo, la prima parola che è balzata alla mia mente è stata “FRAGILE”. Ho pensato nitidamente: “Come è piccolo e fragile il nostro pianeta. E oggi a distanza di 50 anni da quel giorno penso che non abbiamo ancora capito quanto”