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venerdì, 25 Settembre, 2020

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Covid19, Mantova: donna incinta curata con plasma iperimmune

Per la prima volta al mondo una donna in stato di gravidanza positiva al Covid19 è stata curata con il plasma dei pazienti guariti.

Il Covid19 si combatte (anche) con il plasma

La battaglia di Pamela – questo il nome della 28enne futura mamma – ha inizio il 9 Aprile, quando viene ricoverata presso l’ospedale “Carlo Poma” di Mantova, seguendo il percorso Covid dedicato alla gravidanza. Nel giro di 24 ore il suo quadro clinico peggiora, tanto che i medici sono costretti a trasferirla nel reparto di Pneumologia. La donna viene dunque sottoposta a una cura sperimentale – rivelatasi poi efficace – che prevede l’utilizzo di plasma iperimmune (ricco di anticorpi) prelevato da soggetti ormai negativi: il nosocomio mantovano è, infatti, uno dei centri italiani coinvolti nella sperimentazione di questo tipo di terapia. Secondo l’Asst Mantova al mondo non si hanno conferme di altre donne in gravidanza positive al Covid19 e curate con il plasma.

[bquote by=”Giuseppe De Donno” other=”Direttore della Pneumologia dell’ospedale di Mantova”]Dopo la terapia con il plasma, il miglioramento è stato decisivo. I due tamponi che le abbiamo effettuato sono negativi[/bquote]

Oltre che nei confronti della giovane donna – avendo a che fare con una donna gravida – tutto il personale sanitario ha rivolto particolare attenzione anche al feto, come spiega Gianpaolo Grisolia, responsabile dell’Attività di Patologia Prenatale e della Gravidanza, ad AGI: “Per proteggere il feto abbiamo evitato di ricorrere alla ventilazione assistita. Il vantaggio di una rapida guarigione consente di non mantenere il bambino in un ambiente ostile, con una scarsa ossigenazione. Dal punto di vista ecografico va tutto bene. Il feto è alla 24esima settimana“.

Grandissima gioia, oltre che per i medici, anche per Pamela, che nella giornata di ieri ha potuto lasciare l’ospedale in compagnia del marito. Questo è quanto avrebbe riferito ai medici, secondo AGI: “La cosa più importante è tornare a casa insieme da lei. La bimba che nascerà si chiamerà Beatrice Vittoria. Perché abbiamo vinto questa battaglia. Il plasma mi ha fatto rinascere. Ero molto abbattuta, ma ho trovato professionisti straordinari, sempre al mio fianco. Il dottor De Donno, in particolare, mi è stato vicino come un papà“.

Al momento, nell’ambito del protocollo siglato con il Policlinico San Matteo di Pavia, presso il “Carlo Poma” di Mantova sono 24 i pazienti sottoposti al trattamento sperimentale mentre sono 50 le sacche dell’emocomponente infuse.

La plasmaterapia

La plasmaterapia è una delle possibili “armi” a disposizione dei medici – così come alcuni farmaci già esistenti ed usati per altre patologie – potenzialmente efficaci nel combattere contro le complicazioni scatenate dal Covid19, in attesa che si arrivi alla messa a punto di un vaccino efficace e sicuro. A tal proposito, è bene ricordare che domani partiranno in Inghilterra i test sull’uomo del vaccino frutto della collaborazione tra l’Università di Oxford e l’azienda italiana Advent-IRBM, con sede a Pomezia, di cui vi avevamo parlato in quest’articolo.

La plasmaterapia è un trattamento che prevede l’infusione di plasma – al cui interno risiedono gli anticorpi – nei pazienti da curare. Il plasma è un componente sanguigno di colore giallo paglierino formato quasi interamente (~90%) da acqua, mentre la parte restante è composta da proteine e sali minerali. Una volta prelevato il sangue dal paziente guarito, il plasma si ottiene attraverso un processo chiamato plasmaferesi e basato su filtrazione o centrifugazione. Questo tipo di terapia, in fase di sperimentazione durante questa pandemia, è già stato messo in atto contro Ebola, Sars, Mers ed influenza suina (causata dal virus A/H1N1).

Secondo quanto riporta TPI, chi ha contratto la malattia e, una volta guarito, vuole sottoporsi volontariamente alla donazione del sangue deve innanzitutto effettuare il test per il Covid19 per due volte – a distanza di 24 ore – risultando necessariamente negativo entrambe le volte. Il sangue donato viene poi analizzato in laboratorio per verificare l’effettiva presenza e la quantità di anticorpi neutralizzanti, in modo da stabilire se saranno in grado di contrastare gli effetti dell’infezione.

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Simone Versientihttps://sciencecue.it
Sono uno studente di Informatica e Comunicazione Digitale. Al di fuori dell'università mi occupo di tecnologia, nelle sue forme più disparate. Mi piace informare e, di conseguenza, essere informato il più possibile.